sabato 7 luglio 2012

Il vento fra gli alberi

Seduta sul mio sofà, la finestra è aperta sul giardino. Lo spicchio di cielo che vedo da qui è azzurro, c'è un bel sole, il vento agita con garbo i rami degli alberi dietro casa.
Sono tornata da Dubai, mi sono calata di nuovo nella mia vita olandese: la spesa da Jumbo, le valigie da disfare, la partita di golf (la prima VERA) con Siobhan, la gestione delle pratiche quotidiane. Stasera viene Marseda da Rotterdam, ci faremo un sacco di chiacchiere e di risate.
Il viaggio scozzese incombe: penso alle nuove valigie da fare, mi preoccupo delle inondazioni nell'Inghilterra del nord, ma tutto sommato sono entusiasta all'idea di questa strana avventura.

Dubai continua a occupare la mia mente. A gennaio ne avevo visto l'aspetto più spettacolare, questa volta ho potuto vedere l'aspetto business e ho potuto dare un po' più di spessore all'idea che me ne ero fatta.
Confermo il fatto che sia un luogo straordinario, che vale la pena di visitare, per il gusto dello spettacolo. Un luogo esuberante e nato per attirare con la propria unicità e la propria offerta di opportunità di lavoro ad altissimo livello (specialmente se si lavora in ambito finanziario o, come noi, nelle costruzioni).
Ma questa volta ne ho afferrato l'incredibile fragilità: questo è un paese che nel giro di una settimana ha dimezzato la propria popolazione, quando la crisi ha colpito duro nel 2009: la gente lasciava Dubai abbandonando le auto all'aeroporto, come se stesse abbandonando una nave che affondava.
Non ci sono anziani, a Dubai: nessuno viene per invecchiare, tantomeno il governo garantisce un permesso di soggiorno a chi non lavora o a chi non investe. Le aziende non hanno impiegati di nazionalità dubaita: gli emirati qui svolgono solo il ruolo di sponsor (e per questo percepiscono un compenso) per chi intente impiantare un'azienda, ma non sono mai impegnati attivamente. Gli abitanti di nazionalità emirati sono solo un misero 10% della popolazione - e certamente non insegnano ai loro figli l'etica del lavoro, per quanto ne curino l'educazione. Il lavoro sembra essere un fastidio riservato agli espatriati, al 90% che domani se ne potrebbe andare al primo accenno di crisi.
Il mercato immobiliare si nutre di sè stesso, è una bolla che vive di speranza. Il mercato finanziario è quello che è, a livello globale: nulla su cui fare gran affidamento. Le Free zones attirano aziende che "producono" beni: i componenti arrivano, vengano assemblati e ri-esportati, senza che vengano pagate tasse ed utilizzando manodopera a baso costo. Ma nulla rimane in loco.
Dubai è costruita sulla sabbia, in più di un senso: è un fiore fragilissimo. Con tutta la sua architettura straordinaria,  rimane un luogo ad alta manutenzione, garantita dalle masse di lavoratori a basso costo che vengono da India, Pakistan, Bangladesh, Filippine. Gli occidentali se la passano certamente meglio, ma non mettono radici, anche se ci vivono e prosperano, rimangono sempre distanti e pronti alla fuga.
Sono contenta di esserci stata ora. Fra un decennio, chissà? la sabbia potrebbe di nuovo invadere le strade a sei corsie, ricoprire i vetri luccicanti dei grattacieli, inaridire le aiuole fiorite, colmare le vasche delle fontane e delle piscine e ridare a questo angolo di deserto il colore dell'ocra e il silenzio della desolatezza.

martedì 3 luglio 2012

Innamorata


Ci sono visioni da cui e' difficile staccarsi: sono magnetiche, ipnotiche, adesive. La forma del Burj Khalifa e' straordinaria: da dovunque la si guardi, ha il potere di catturare irrimediabilmente. Non si puo' non fermarsi un attimo con il naso all'insu' a considerare l'immensita' dell'impresa.

Ma soprattutto Burj Khalifa e' un atto di poesia - la sua consistenza traslucida di giorno, la sue forme appena accennate di notte la rendono aerea e immateriale, un miraggio costruito da un architetto illusionista. Ha la stessa bellezza altera e inconsapevole di uno stallone arabo, lo stesso slancio orgoglioso.

Sono incantata da questa torre, sono innamorata della sua eterea bellezza - il solo contemplarla mi fa pensare che i sogni possano farsi reali, sotto forma di creazioni di aria, di vetro e di luce.

domenica 1 luglio 2012

Cronaca di un birdie



Ho spacchettato il mio legno tre Spalding.  Stranamente, mi e’ piaciuto subito. Annemieke ha visto che lo avevo nella sacca e mi ha subito chiesto di usarlo per qualche buca del campo “grande”.
Ho promesso di parlarle olandese, una volta passato il GVB e cosi’ ho fatto. Doppio esercizio, in questo modo.
Bene, buca uno, par quattro. Annemieke mi suggerisce di verificare l’altezza del tee: ne ho giusto uno bello lungo che va bene per il legno 3. Sono cosi’ sicura che pasticcero’, che davvero nemmeno mi preoccupo, perche’ no, usiamo pure un bastone che ho appena tirato fuori dal cellophane.
Ok, tiro. E chi ha visto la palla? Ma la faccia di Annemieke e’ sbalordita: la palla a quanto pare ha volato benissimo e si e’ posata perfettamente al centro del fairway: e li’ la troviamo, Annemieke e’ davvero sorpresa ed io piu’ di lei.
Bene, adesso ci sta ancora un ferro cinque. Piu’ familiare, certo, ma comunque con tutte le slice che taglio, gli airshots... Ok, colpisco la palla e questa volta la vedo volare: atterra a sessanta  centimentri dalla buca.
Arriviamo ridendo al green, e’ un colpetto facile, ma non voglio correre rischi: mi tolgo il guanto, studio la linea del putt. Via, buca in tre. Birdie. Il primo della mia vita su un campo championship.
Le buche seguenti non sono state cosi brillanti, ma ancora qualche bel drive, qualche bel putt difficile (comincio a capire qualcosa su come si muovono i green). I miei ferri nuovi funzionano bene. E ho scoperto il mio negletto legno tre del mio mezzo set Spalding, che non aspettava altro che regalarmi il mio primo birdie.
The sky is the limit.

giovedì 28 giugno 2012

Preparativi

Mentre mezzo mondo si guarda la semifinale degli Europei, io sto in casa a lambiccare con la mia nuova macchina fotografica dall'ottica prodigiosa. Oggi mi sono dedicata agli acquisti in preparazione per la mia vacanza scozzese: un bel paio di scarponi in GoreTex e una miracolosa guida di Colonsay.
Sto cominciando a immaginare come sarà il mio viaggio - mi sto mettendo nell'ordine di idee che il tempo atmosferico sarà pessimo, pioggia e freddo e mare grosso. D'altra parte questa è una avventura, emersa dalle nebbie di un passato davvero lontano.
Tornare ad Edimburgo, prima di tutto, dopo la bellezza di trenta anni: questa volta mi fermo un paio di notti all'Hilton, me la voglio godere con un po' di agio. Trenta anni fa, con non tante sterline in contanti in tasca, trovai una stanza in una pensione per una sola notte, dopo essere arrivata con la corriera notturna da Londra. Vorrei annusare di nuovo l'indimenticabile odore delle distillerie, un profumo dolciastro e delizioso, sentire ancora fantasmi di cornamuse portati dal vento e vedere il tramonto rosso sangue dietro al Castello. Chissà se sarà cambiata tanto, dai tempi della Signora Thatcher...
Poi il viaggio fino all'isola - cosa troverò longo la strada? e il traghetto sarà lì ad aspettarmi? la mia stanza al Colonsay Hotel, l'unica singola dell'unico hotel.
Su Colonsay avrò tempo per leggere, scrivere, pensare. Passeggiare lungo le spiagge, attraversare l'isola in lungo e in largo. Diventare socia dell'unico golf club: a quanto pare, una memebership annuale costa quanto una green fee.
Non so se avrò qualcuna delle mie epifanie, mentre sarò in quel luogo, ma un po' ci conto.

Spirali


Su Facebook mi sono imbattuta in questa immagine e l'ho immediatamente copiata: rappresenta graficamente, con impressionante fedelta', un concetto che ho cercato di descrivere tante volte negli ultimi mesi - le spirali discendenti ed ascendenti che ci catturano e condizionano il nostro modo di vedere la vita. Dico "nostro" perche'  so che capita a me e ad altri che conosco, magari non a tutto l'universo mondo, dove prosperano creature mitologiche dalla mirabile costanza emotiva.
Visto che io non sono una di queste, ma spesso mi trovo avvolta fra le spire - piu' facilmente quelle discendenti - ho pensato che il fissare graficamente non solo la spirale che ci affonda, ma anche quella che ci solleva sia un ottimo ausilio: un'immagine che ci puo' sostenere nei momenti complicati, quando dimentichiamo quanto sia altrettanto possibile, con un bel colpo di reni, prendere la corrente che risale e raggiungere la superficie... e poi, davvero, the sky is the limit!

martedì 26 giugno 2012

Piani, piano piano

Oggi Fleur e suo padre sono venuti per fare un altro sopralluogo nel mio giardino e per presentarmi i primi schizzi del progetto di ristrutturazione. Jacques ha raccolto un po' di idee, ha elaborato un certo numero di disegni, l'ultimo dei quali mi sembra piuttosto convincente.
Il mio giardino deve cambiare: non mi piace la pavimentazione tristanzuola, le piante sono andate via via impoverendosi (l'ultimo inverno ha fatto sfracelli), l'uso che posso fare di questo prezioso spazio esterno e' veramente limitato.
Le caratteristiche del progetto (stiamo parlando di un giardino piccolo piccolo, eh!) che mi hanno piu' intrigato sono in primis la pergola, con la possibilita' di realizzare uno spazio riparato dalla pioggia; l'uso di specchi, per catturare la luce del sud e reindirizzarla dove il sole brilla solo in piena estate (si fa per dire); l'angoletto stile giardino giapponese; le tre buche su erba sintetica per praticare il mio putt.
Tutte questi idee mi piacciono molto: non lasciano uno spazio esasperato per il giardinaggio, ma in fondo posso anche tenere i miei tulipani in vaso - non devo replicare Keukenhof. Potro' sbizzarrirmi con i rampicanti, potro' rendere piu' facile la manutenzione della parete esterna della cucina, che ha bisogno di essere ridipinta periodicamente, potro' mantenere la vigna e rinforzare la palizzata che ormai non ce la fa piu'.
Per la realizzazione della pavimentazione e della struttura, i mesi ideali potrebbero essere settembre e ottobre: per piantumare, potrei aspettare la primavera prossima.
Devo pensarci su, visualizzare per benino il tutto e prendere una decisione per il GO quando torno da Dubai. Poi si tratterebbe di chiedere preventivi ad almeno duo o tre ditte per la costruzione e la fornitura dei materiali... Jacques farebbe la supervisione dei lavori - e si curerebbe, da golfista che e', che i putt non siano troppo semplici, ma che abbiano qualche curva di livello da dominare...
Avanti cosi', un altro passettino.

lunedì 25 giugno 2012

Above par

Effettivamente, conoscere se' stessi e' un lavoro duro.
Ovviamente, per definizione, non sappiamo come reagiremo di fronte ad ogni circostanza, solo avendo estrapolato un trend dalle serie storiche precedenti.
Mi spiego: se io so di avere poca tolleranza, che so, per la puzza di fumo stantio sugli abiti, so per certo che anche la prossima volta che mi trovero' ad annusare quell'indescrivibile olezzo di lercio che puo' essere generato da un oggetto apparentemente cosi' piccino come una sigaretta, avro' un moto di disgusto e di rifiuto: le serie storiche me lo dicono. Quello che non mi dicono, pero', e' quanto l'intolleranza si accentui ogni volta che il fenomeno si ripete.
Mi stupisco, dunque, di come situazioni che una volta mi avrebbero lasciato quasi indifferente o blandamente infastidita, ora provochino impennate di rifiuto al limite dell'esistenziale.
Si dice (e io ci credo) che invecchiando si peggiori. E' la motivazione per cui le persone della mia eta' provano disapprovazione per i cosiddetti "giovani d'oggi". Tutti sapranno rapidamente elencare una ventina di ottime ragioni per cui i "giovani d'oggi" sono effettivamente degni di riprovazione: ma dal momento che ogni generazione ha sempre avuto lo stesso tipo di atteggiamento nei confronti della propria rispettiva occorrenza di "giovani d'oggi", c'e' da pensare che una parte della responsabilita' di questo giudizio severo sia nello stesso inevitabile sgretolamento della tolleranza che io sto sperimentando.
Non sopporto piu' tanto bene dover fare cose contro la mia volonta'. Non sopporto stare in compagnie che non ho scelto, senza facolta' di lasciare la compagnia medesima quando lo desidero. Non sopporto che la cameriera dell'hotel tocchi il mio pigiama. Non sopporto che qualcuno, in modo implicito od esplicito prenda decisioni per me. Non sopporto chi spreca il mio tempo o la mia attenzione chiedendo consigli che poi non segue. Non sopporto dover essere materna e comprensiva e politically correct e sorridente anche quando non ne ho affatto voglia. E via di questo passo.
Conoscersi, dunque, e'  cruciale.
Rifletto spesso sulla mia solitudine: ma vedendo tutto quello che non sopporto, piu' che una iattura, e' il marginale downside della sublime liberta' di cui godo.
Dopo aver per incidente sfiorato il disagio e il malessere di chi e' veramente malato di mente, mi sono detta che le mie ossessioni e i miei malumori sono acqua fresca.
Probabilmente e'  solo un altro modo di contare i miei blessings, ma piu' il tempo passa piu' mi dico che, viste la realistiche aspettative che la vita puo' offrire, il mio score e' decisamente above par.