giovedì 31 marzo 2011

Finisce il primo Q

Mi sono accorta di aver avuto un altro periodo di letargo... dal compleanno non ho scritto piu’ niente, eppure di cose ne sono accadute, alcune importanti, tante un po’ meno. Ho viaggiato ancora e, come dice il mio alter ego in Up in the Air, moving is living. In realta’ il mio lavoro mi ha portato solamente a Praga – e gia’ sto esagerando, perche’ il sobborgo di Barrandov difficilmente ricorda il Ponte Carlo o la Panna Maria (mi piace questa cosa, a Praga tutte le cose hanno un nome di persona...). I viaggi di lavoro cominceranno ad aprile, e se aggiungiamo due settimane in Giappone...

Il Giappone, appunto. Una delle cose importanti di questi ultimi due mesi. Dall’11 marzo, il giorno del terremoto e dello tsunami, non ho passato un giorno senza pensare agli amici – prima per cercarli ed essere rassicurata sulla loro esistenza in vita (!!!), poi per cercare di avere segni della loro quotidianita’... passa la grande tragedia e anche un disastro nucleare sembra un evento marginale. La gente, se non e’ colpita da vicino, ha una limitata capacita’ di sofferenza: si simpatizza per un po’, poi si dimentica.

Io non sono brava a dimenticare – la mia fortuna e la mia maledizione. A volte la sindrome di Alzheimer non pare una cosa cosi’ brutta, quando parole eventi immagini continuano a mulinare nella testa, freschi come nell’ístante in cui li ho registrati. E se c’e’ qualcosa che davvero mi ferisce, e’ l’incoerenza. Le persone dicono cose, o ne fanno, e poi si contraddicono nello stesso fiato. Io che ho fatto della lealta’ e della fedelta’ una bandiera, sono in un certo senso obbligata a ricordare (o forse, la troppa memoria mi ha spinto su questa strada?). Quanto mi stramazza vedere il voltafaccia o, peggio ancora, il sottile decadere! Giorno per giorno annoto i piccoli indizi che segnalano un inizio di abbandono o di dimenticanza, il mio clock interno avverte i ritardi nelle reazioni, il mio termometro sente la temperatura delle anime abbassarsi. E li’ mi dico: ecco, adesso arriva la fine. Di un rapporto, di un’amicizia o solamente di una corrispondenza. Quanto e’ fastidioso riuscire a proiettare esattamente su una linea temporale il momento in cui una persona smettera’ di essere vicina o semplicemente blandamente interessata... ma questo e’ il mio talento, nelle persone vedo meglio che nella palla di cristallo. Purtroppo, non ho ancora elaborato un modo di comportarmi di conseguenza e anche se ho imparato a tagliare con un solo colpo di spada le relazioni moribonde, non ne traggo certo piacere, perche’ i residui rimangono attivi in me piu’a lungo di quanto le barre di plutonio continuino ad essere radioattive. A volte una parola, un gesto, una emozione sbucano dall’archivio, estratte dalla mano invisibile del mio inconscio e io mi ritrovo di nuovo a meta’ del guado. Ma tant’e’: funziono cosi’, se mi conosco so anche come trovare rimedi, piu’ o meno eleganti.

I primi tre mesi dell’anno richiedevano un sacrificio. In quest’anno che sara’ speciale (in bene o in male), meglio cominciare a mettersi avanti con i piccoli dolori, magari gli dei saranno generosi e compenseranno con le grandi gioie. Chi conosce la storia di Policrate di Samo, come la racconta Erodoto? Il mio anello prezioso e’ stato nel primo trimestre dell’anno la cioccolata... ma gli dei mi hanno fatto ripescare l’anello nel ventre del pesce, perche’questo primo trimestre ha portato alcuni brucianti dispiaceri e delusioni. Allora, bisognera’ rincarare la dose, ho pensato: nel secondo trimestre, niente Facebook. Ecco un bel modo di sacrificare qualcosa: in cambio di qualche chiacchiera superficiale o di qualche sbirciata di frodo nelle vite degli altri, ecco che mi riprendo il tempo per scrivere o per comunicare in un modo veramente significativo: uno a uno, i shin den shin, fra persone che vogliono essere individuate e che davvero vogliono parlare con ME, con Donatella, con la persona che sono e non con quella che FB mi fa sembrare. Intendiamoci, io non ho pregiudizali contro Facebook. E’ un buono strumento – ma non va confuso con la vita. Serve a trasmettere un pensiero a tanti, ma solo per un breve istante, come se si scrivesse in cielo con il fumo. Io che voglio ricordare ed essere ricordata (non in senso assoluto, non voglio passare alla storia) mi sento fuori posto, anche se e’ bello tenersi in contatto. Serve reciprocita’, pero’. Ho bisogno di avere conferma che anche gli altri ascoltano me come io ascolto loro – diversamente, ci sarebbe spazio solo per la frustrazione. E direi di averne abbastanza, di frustrazione, per quest’anno.

Il black out durera’ per il secondo quarter dell’anno. Magari alla fine tornera’ tutto come prima – o magari mi accorgero’ di non aver perso nulla. O meglio ancora, gli amici mi cercheranno piu’spesso in vivo. Passeranno tre mesi e vedremo se gli dei avranno accettato il mio sacrificio.

Su Policrate di Samo:
http://itacultura.forumfree.it/?t=19762179

giovedì 27 gennaio 2011

2 x 3 x 4 x 2


Un bel fine settimana di compleanno: a Berlino, che desideravo rivedere dopo tanti anni di assenza. E cosi’ ho affrontato un lungo viaggio in treno per arrivare a Braunschweig, dove abita la mia amica Dido Demski, che a Berlino ci e’ nata e cresciuta e che probabilmente ne sente anche la nostalgia. Di Dido conosco l’intera famiglia, visto che tutti fanno kendo. Il padre Wolfgang e’ stato a lungo presidente della Federazione tedesca, quando io lo ero di quella italiana. La sorella e il fratello di Dido fanno pure kendo, e anche il marito Kai. Sono tutte persone che in qualche modo mi hanno testimoniato vera amicizia e che vedo con il piu’ grande piacere ogni volta.



Ho dormito da Dido il venerdi’ sera e poi al sabato mattina siamo andate alla stazione per prendere il treno per Berlino. Il mio primo passaporto lo feci appunto per visitare Berlino Est, nel 1990 – anno dei Campionati Europei e del mio debutto ufficiale in Nazionale.
Non avevo un programma preciso – solo un punto o due: vedere il Nuovo Museo (che ora e’ veramente nuovo, ma che, quando lo avevo visto per la prima volta, subito dopo la caduta del muro, era solo un edificio in rovina) e possibilmente rivedere Nerfertiti (che nel 1990 avevo visto nel piccolo museo-bomboniera di Charlottenburg). Fortunatamente i due obiettivi coincidevano, visto che l’intera collezione egiziana e’ ora ospitata nel Nuovo Museo restaurato.
Il sabato pomeriggio lo abbiamo dedicato a un po’ di shopping ozioso: giusto un libro sulla nuova architettura berlinese, un pasto veloce in un bel caffe’, qualche foto lungo il Ku’damm.
Il cambiamento di Berlino e’evidente: in perfetto stile germanico, ora tutto e’piu’ lindo e piu’ lussuoso, anche nella parte occidentale della citta’. Il Ku’damm ha tutti gli showrooms dei soliti noti: Gucci, Bulgari, l’intera infilata. Gli edifici sono stati tirati a lucido, nuovi palazzi sono spuntati ovunque.
Alla sera ci siamo concesse una bella cena in un ristorante alla moda, un magazzino ristrutturato nel lato est, dove si e’ spostato tutto l’asse della vita notturna berlinese.



Domenica, a causa di un errore (mio), ci siamo svegliate alle 7. Visto che oramai a letto non si poteva tornare, ci siamo messe subito in movimento per andare al Museo. Essere mattiniere ha pagato, perche’ non abbiamo dovuta fare alcuna fila. La temperatura rigida e i fiocchi di neve che sfarfallavano di tanto in tanto non invitavano a stare fuori fermi a lungo!



L’edificio in se’ e’ un pezzo da museo. Era il tempio della gloriosa archeologia tedesca dell’800, i soffitti e le pareti erano affrescati con immagini che riverberavano il contenuto delle sale: dipinti egizi, immagini della Grecia e di Roma, cicli di affreschi che ritraevano gli dei germanici... ora degli affreschi e dei soffitti sono rimasti solo pochi residui, ma la grandeur dell’edificio e’ stata comunque ripristinata. Quanto era stato triste vedere il museo con le finestre e le porte sbarrate, una rovina pericolante, nel mezzo della Berlino appena riunificata. Ricordo che nel tornare dal Pergamonmuseum verso Friedrickstrasse (dove c’era ancora il controllo passaporti) passai per strade secondarie, dove il tempo era ancora dolorosamente congelato al dopoguerra: palazzi grigiastri, crivellati di colpi, talvolta disabitati. Non mi e’ riuscito di ritrovare nulla di tutto cio’.
Prendendo il bus numero 100, si fa un bel giro panoramico che passa accanto al Bundestag e agli sterminati, monumentali, nuovi ministeri. Tutto nuovo, disegnato da architetti celeberi, circondato dal verde e dall’acqua. Altrettanto si vede a Potsdamerplatz, che era solo uno spazio vuoto e desolato ed ora e’ un imponente fiorire di edifici sia pubblici, sia residenziali.
Al pomeriggio, dopo tanto girare, io e Dido ci siamo rifugiate in albergo, all’Hotel Bogota. Ci siamo riposate, ma abbiamo anche avuto modo di raccontarci un mondo di cose che non ci eravamo mai potute dire, per mancanza di tempo o di occasione. Dido e’ una persona che davvero mi piace e mi ritrovo spesso rispecchiata nel suo carattere un po’ prussiano.
Alla sera, per la mia cena di pre-compleanno, abbiamo trovato quasi per caso un ristoramte grazioso e tradizionale. Camerieri gentili, cibo buono, ambiente molto informale, tanti avventori locali (anche un attore famoso... in Germania). A mezzanotte ci hanno offerto un calice di bollicine e Dido mi ha dato il suo regalo di compleanno! Il lunedi’ (ovvero il giorno del compleanno vero e proprio) ci siamo limitate a una breve passeggiata e a un pranzo nel bel caffe’ del giorno prima (dove Dido era di casa negli anni in cui studiava). Sul treno, per il lungo viaggio di ritorno, mi sono letta i circa 200 messaggi di auguri, che ho ricevuto in un modo o nell’altro, e ho potuto pensare a tutti gli amici in giro per il mondo... solo con pochi sono riuscita a parlare, ma certamente li ho sentiti tutti molto vicini. Un bel compleanno. E via con il prossimo!

lunedì 10 gennaio 2011

A day in the life

Il mio momento di Grande Ottimismo per l’Anno Nuovo si sta prolungando oltre ogni ragionevolezza. C’e’ forse qualcosa che so, ma non mi voglio dire? Comunque sia, sono rientrata in quella che, in linea teorica, dovrebbe essere una quieta routine lavorativa. Naturalmente, prima che il carosello ricominci di nuovo e io ritrovi i luoghi del mio cuore – gli aeroporti.
Dunque, la mia mattina tipo. Sveglia un po’ dopo le sette. Stretching ancora nel letto, per essere elastica a sufficienza per riuscire a scendere dalla Scala Perigliosa. Usuale dramma per la scelta dell’abito da ufficio – tailleur nero o tailleur grigio? C’é’da perderci la testa.
Scendo di sotto. Subito BBC One – so tutto su tasse previdenza cronacanera in Inghilterra: cosi’ rilassante! Un bicchiere di latte freddo, un dolcetto – colazione fatta.
In questi giorni di temperature rigide, esco imbacuccata dal giardino e vado a prendere il bus. Alla fermata ci si augura buon giorno, anche se non ci si conosce. In dieci minuti sono alla stazione. La vita e’ cambiata da quando l’ufficio si e’ trasferito ad Amsterdam Sud – il tragitto e’ piu’ breve, non c’e’ nemmeno il tempo di addormentarsi. Fuori dal finestrino scorre la campagna gelata, la foschia del mattino, i lunghi filari di alberi lungo l’Amsterdam-Rijnkanaal. Le pecore sembravo coperte di brina come le siepi e i cespugli, se ne stanno accovacciate tutte insieme ai bordi dei polder.
Il treno e’ affollato. C’e’ chi lavora al pc (detestabili stakanovisti), chi ascolta musica nell’IPod, chi legge i giornali gratuiti distribuiti in stazione. Ce ne sono almeno tre diversi, il materiale per occupare il tempo non manca.
Arrivo ad Amsterdam Zuid, scendo fra la folla, in due minuti sono al Symphony – l’ascensore e’cosi’ veloce che lo si sente nello stomaco. Un giro di buongiorno a tutti, poi bisogna proprio andarsi a prendere una tazza di caffettaccio alla macchinetta. Un collega ha comprato una macchina per Nespresso, ma non voglio prendere il vizio – e’ un tipo di caffe’ che richiede zucchero, non voglio cominciare ad usarlo, quindi mi accontento della brodaglia lunga, che riesco a mandare giu’ senza additivi, un po’ come se fosse una medicina.
La giornata comincia...

lunedì 3 gennaio 2011

Un anno nuovo che sarà speciale

Io continuo a dirlo, il 2011 sarà un anno che non passerà in sordina. Perchè lo pensi, non è dato di sapere, ne sono certa e basta.
La fine è stata tutta una sorpresa, un rinnovato piacere nel vedere i vecchi amici e tutta la famiglia - speriamo che l'inizio mantenga il ritmo.





sabato 11 dicembre 2010

La felicità nuoce gravemente alla salute


Ecco, ci sono ricascata. Dovrei ormai sapere che effetto mi fa Utrecht di sabato pomeriggio, per giunta sotto Natale. Mi faccio una bella passeggiata sbirciando nelle case illuminate, mi confondo fra la folla che cerca i regali, respiro il profumo degli abeti al mercato dei fiori, guardo le luminarie, ascolto l'organetto meccanico che suona a tutto volume "Happy Christmas (War is over)" di John Lennon. Ah, beatitudine. Ma io abito davvero qui? Ma come mai questo posto mi piace così tanto? Questo è un aspetto che mi sfugge ancora, in fondo gli esseri umani hanno due gambe e due braccia pure qui, il tempo è più infelice che in Italia, eppure, eppure... Arrivo a casa e metto su un CD di Maria Callas, me lo godo come se fosse un Barbaresco di Gaja: pura beatitudine, appunto.
Uno dei vantaggi dell'invecchiare (io uso spesso questa parola, INVECCHIARE, anche se a tanti dà fastidio) è che, se anche non si migliora, almeno ci si impara a conoscere. In fondo, la mia specialità è quella di riconoscere gli schemi ripetitivi e individuare le incoerenze (non per nulla A Beautiful Mind è uno dei miei film preferiti...), quindi mi riesce facile oramai alzare le orecchie quando MI vedo comportare in un certo modo. Come dice Spock in un famoso episodio ("Corte Marziale"), "Non c'è bisogno di vedere un martello cadere, se lo lasciamo andare su un pianeta a gravità positiva, per sapere che cadrà - e gli esseri umani non sono talvolta diversi dagli oggetti inanimati", quindi mi faccio sorridere da sola quando mi ascolto pensare e ragionare in modi riconoscibili, che portano poi sempre alla stessa conclusione. Il trucco è non darsi retta: tenere i piedi saldamente per terra ed evitare di farsi prendere da entusiasmi fuori luogo. Magari ci si diverte di meno, ma forse si campa di più.
Ma ora mi pare di essere in paradiso, e me la godo.

venerdì 10 dicembre 2010

Distorsioni temporali

Deve essere stato il jat lag. O forse l'atmosfera natalizia. Oppure il fatto di aver saltato a piè pari Sinterklaas (cosa gravissima per una olandese di adozione), barattandolo per le delizie termali della Toscana. Fatto sta, ho completamente dimenticato di postare il mio viaggio a Denver. Oddio, non che ci sia tanto da dire: per quello che ho potuto vedere, il Colorado è un posto VUOTO. Praterie ingiallite, non un albero in vista (siamo a 1600 metri di altezza, tutto sommato), montagne lontane che si imbiancano di neve o che spariscono nella foschia. L'ufficio è situato in periferia - e non abbiamo davvero spaziato granchè... ma dato che il mio capo è un maniaco del basket (due figli adolescenti che giocano, uno futuro membro della Nazionale olandese, lui e la moglie nella gestione della società), è stato inevitabile fare l'unica cosa interessante che si possa fare costà: una bella partita dell'NBA, Denver Nuggets contro New York Knicks. Non ci ho pensato un secondo, ovviamente io ero tutta per i Knicks, per una serie di ottime, ottime motivazioni. Un po' per Sex and the City, un po' perchè un ingrigito Mike D'Antoni allena, ma sopratutto perchè Danilo Gallinari ci gioca. C'era più Italia nei Knicks di quanta se ne potesse trovare nei Nuggets, se si eccettua il nome, Carmelo, dell'eroe locale (Anthony).
I miei ricordi baskettari sono limitati, per quanto ci sia sempre stata contiguità fra me e il basket. Non so se sia opportuno specificare il tipo di contiguità, in ogni modo qualche partita a Piazza Azzarita mi è riuscito di vederla. Il Salotto Buono del Basket Bolognese... uh, glorie perdute nella nebbia, ahimè! Il Palazzo era sempre pieno murato e il tifo feroce. Tutto era in bianco e nero: si andava per la partita e solo per quello si soffriva o si gioiva.
Il basket NBA? tutta un'altra cosa. La gente fa il tifo se glielo dice il conduttore, si mangia si beve si canta, si fanno i giochini con il pubblico. Ad ogni intervallo ed ad ogni time out, la sicurezza entra in campo, gli allenatori vanno sotto al canestro a parlare (non potrebbero starsene alla panchina da brave persone?) e frotte di performers saltano, ballano, buffoneggiano nel resto del campo. Ehi, cosa siamo venuti a fare qui, esattamente? ah, sì, a vedere la partita. I grandi NBA segnano tanto, ma sbagliano anche tanto. I Knicks hanno perso per soli due punti (120 -118), Gallinari ha fatto la sua parte, Carmelo si è messo in mostra come ha potuto (si dice sia in cerca di un altro ingaggio), tutti hanno mangiato e bevuto e riso. Tutti a casa, o in hotel.